“L’occhio di Cibele” di Daniel Chavarria

Uno schiavo giovane valeva duecento dracme. Un cane molosso ben addestrato, cinquecento. E ben addestrato era il molosso che mordeva alle natiche, che consegnava il fuggiasco vivo e senza fratture. Per un’ordinanza dell’Assemblea, chiunque lasciasse nel proprio campo un molosso non legato, a meno di uno stadio dai luoghi di pubblico accesso, doveva pagare quindici dracme di multa.

Atene, sotto il governo di Pericle, è nel periodo del suo massimo splendore. Ati, mendicante e stregone giunto dall’Asia, in combutta con Cleide, danzatrice sacra devota ad Afrodite, fonda una setta religiosa clandestina fondata sul culto della triade divina formata da Cibele, Afrodite e Dioniso.
Grazie alla personalità carismatica di Ati nasce un movimento che accoglie prostitute, ruffiani e schiavi, capace di sfidare il governo della città. La setta sottrae dal Partenone l’occhio di Cibele, una preziosa ametista che anticamente ornava il simulacro della Madre degli dèi: un furto che sconvolge l’aristocrazia di Atene, provata dalle lotte di potere tra Pericle e Nicia, e preoccupata per l’imminente guerra contro i macedoni.


Per approfondire

Mario A. Levi. Pericle:un uomo, un regime, una cultura

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