“La spada che canta” di Jack Whyte

Prologo 387 d.C.

Il tribuno riconobbe i primi segni da più di un miglio di distanza, dove la strada cominciava a scendere dalla scarpata per entrare nella foresta: un vorticare spiraleggiante di falchi e di avvoltoi sopra le cime degli alberi davanti a lui. Dopo aver bruscamente ordinato al centurione di far accelerare il passo ai suoi uomini, l’ufficiale spronò il cavallo, senza preoccuparsi di lasciare indietro la fanteria di scorta.

L’impero romano è ormai avviato verso la sua fine e la Britannia sta per inabissarsi nella lunga notte dei secoli bui. Barbari venuti dalle fredde terre del Nord invadono l‘isola con inaudita ferocia.
Nel drammatico affresco che va dipingendosi, Gaio Publio Varro e sua moglie Luceia, insieme all’amico Caio Cornelio Britannico, si battono per costruire un ultimo baluardo di legge e civiltà di fronte al buio che avanza. Nelle battaglie contro i barbari saranno aiutati dal Comandante in capo degli eserciti dell’Imperatore Onorio, Flavio Stilicone, il quale sperimenterà proprio in Britannia l’introduzione della cavalleria pesante dell’esercito romano, contribuendo involontariamente alla futura cavalleria di Camelot. Ma i pericoli non vengono solo dall’esterno, la corruzione dilagante li costringerà ad affrontare pericoli che rischiano di minare seriamente la stessa esistenza della comunità di Camulod. Il sacrificio cui si sono votati non sarà stato vano poiché un giorno, molti anni dopo la loro morte, il rozzo fortino difeso a costo della loro stessa vita diverrà la leggendaria reggia di Camelot. E come una spada si forgia nel fuoco, così nel sangue e nella violenza, nel ferro e nella passione si va plasmando la Britannia di Artù, di Merlino e dei mitici cavalieri della Tavola Rotonda.

Un grazie a GELO77, autore dell’articolo.


 

 

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