“La reliquia di Costantinopoli” di Paolo Malaguti

Venezia, lunedì 15 aprile 1565.

«Córi, che i cava su i morti!» La voce si sparge con la velocità delle moreie1 che fuggono dalla nave in fiamme. La Serenissima ha deciso. Le ossa dei veneziani, ormai troppe, e troppo strette le une alle altre nei pochi palmi di terra dei broli delle chiese, vengono dissepolte per fare spazio ai morti freschi. Ché quelli non mancano mai. Ciò che da sempre manca, a Venezia, è lo spazio, anche per chi è ormai passato a miglior vita, e non può godersi la requie eterna promessa il giorno della sepoltura.

L’impero bizantino non esiste più. Tutto è perduto tranne il suo cuore, la Città, Costantinopoli. Maometto II la brama come fa con i fanciulli da possedere. Gli è ormai vicino e solo il Bosforo separa l’alito bellicoso dei Giannizzeri dalla preda. La conquista deve avvenire quanto prima per completare il disegno che nessuno dei suoi predecessori ha saputo portare a termine. Se servirà violenza, che questa si sprigioni. Se la pietà è stato un freno, che questa scompaia. Tutto per lei, per quello che rappresentava e per quello che potrà rappresentare in futuro. La capitale di un nuovo impero. L’impero degli Othmans. E’ disposto a tutto, a qualsiasi prezzo. Così come sono disposti a difendere il loro mondo chi, Costantinopoli, la vive e la sfrutta. Venezia non può perderla, Venezia ha bisogno della capitale d’Oriente, non ne può fare a meno perché perdere la città vorrebbe dire indebolirsi. E questo la Serenissima non può permetterlo. Tra chi vuole difenderla c’è anche chi chi Costantinopoli la chiama casa. Giovanni Eparco deve raggiungerla, prima che sia troppo tardi, e solo lui può raccontarci cosa successe in quei giorni di assedi, menzogne e tradimenti.


Per approfondire

S. Ronchey, T. Braccini. Il romanzo di Costantinopoli

Agostino Pertusi. La caduta di Costantinopoli, le testimonianze dei contemporanei.


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