“La disertora” di Barbara Beneforti

La creatura si era attaccata al suo corpo come la zecca al cane. La donna aveva provato in tutti i modi a liberarsene, ma nessuno dei sistemi miracolosi carpiti a caro prezzo alla guaritrice aveva portato giovamento. Non erano serviti a nulla neppure dieci mazzi di prezzemolo crudo, neppure il decotto di certe erbe segrete, amare come il fiele.

Barbara, ricordi quando è nata l’idea del tuo libro? Dove ti trovavi, come hai vissuto i primi momenti, come l’hai fermata quella idea?

Ero in Archivio di Stato, a Pistoia. Scartabellavo nei faldoni dei processi penali del 1866, stregata dai piccoli reati commessi dalla ‘gente da poco’: furto di un’immaginetta di Garibaldi, furto di quattro libbre di grano, tentativo di sottrarre al dazio una salsiccia nascosta sotto alle sottane. A un certo punto ecco il verbale d’arresto di un giovane contadino, Ermenegildo Vannacci, e sulla copertina queste parole: “Reo di mutilazione volontaria del dito indice della mano destra allo scopo di sottrarsi alla leva militare”. Era l’anno della Terza guerra d’Indipendenza e senza dito indice non si sparava col moschetto. Il fascicolo conteneva le note dei carabinieri, il certificato medico, le deposizioni dei testimoni. Raccontava la storia di un giovane uomo imprigionato perché non voleva imbracciare un fucile. Ho pensato all’aberrazione del potere, che in tutte le epoche rivolge la sua mannaia sempre verso le persone più umili, e ho cominciato a immaginare attorno a questi fatti una storia.

Hai la possibilità di invitare al tuo tavolo uno dei personaggi storici, realmente vissuti, che incontriamo nel tuo romanzo: chi è che ti farà compagnia e perché?

Non c’è dubbio: Giuseppe Garibaldi. Nella mia storia lo incontriamo di sfuggita, più evocato che raffigurato. Ma i miei personaggi di sicuro ne raccontavano le gesta, forse lo ammiravano. Immagino avessero in testa l’idea dell’eroe ‘sempre giovane e bello’, un Che Guevara del tempo che fu, di sicuro il protagonista più limpido di quegli anni risorgimentali dei quali non sappiamo ancora tutto. Gli offrirei pane, pecorino e qualche bicchiere di vino, poi gli domanderei molte cose. Che Italia aveva in testa quando tutto cominciò. Quando capì che non ci sarebbe stata repubblica ma bisognava accontentarsi della monarchia. Che le cose non sarebbero andate come aveva promesso a tutti, che la terra i contadini non l’avrebbero mai avuta, cosa dicevano le persone che conosceva allora. E poi vorrei sapere se il risorgimento eroico e patriottico che ci ha consegnato la Storia secondo lui corrisponde davvero alle battaglie sul campo e diplomatiche che visse lui stesso in quel tempo, insieme ai suoi compagni.

Cecilia Bååth-Holmberg: Giuseppe Garibaldi (1909)

Trasformati in una guida turistica e promuovi i territori attraversati dalla tua storia: perché dovrebbero essere visitati oggi e quali sono gli elementi ancora riconoscibili nella storia che hai raccontato?

Siamo sulla Sala a Pistoia (quest’anno Capitale della cultura), nucleo longobardo della città e mercato degli ortaggi. Le panche di sasso per le merci stanno lì, con questo uso, fin dal Medioevo. Oggi ci sono molti piccoli e graziosi ristorantini con i tavoli sui lastroni della strada, dove si mangiano i piatti tipici della città. In due passi ecco la bella Piazza del Comune: a sinistra il Tribunale, dove Luce fu convocata a raccontare che Loris si era mozzato un dito per non partire soldato. Lì accanto aveva aperto da poco (sono passati 150 anni ma c’è ancora) il rinomato bar Valiani, dove il Tacca e i suoi compagni di bevute si presentavano a cantare le loro sconcezze, ben presto buttati fuori dagli sbirri. Verso Nord si arriva in viale Arcadia, allora sede del mercato del bestiame, e poi più su alla Porta San Marco, verso l’Appennino e quel paese di braccianti e contadini dove nasce e invecchia la protagonista del mio racconto: Lupicciano. Oggi conviene andarci per San Giuseppe: c’è la sagra delle frittelle di riso e allora, per una volta all’anno, è davvero festa. Una gita di un paio di giorni fra Pistoia e le sue colline da mettere in ponte a primavera.

Una canzone che consigli per ascoltare il tuo romanzo

La disertora inizia e finisce con il riferimento a una canzone. Ho pensato per un po’ se suggerire la prima o la seconda e poi ho deciso per la prima, il cui testo fa da apertura alla storia nella versione in italiano di Ivano Fossati. Chi vorrà sapere qual è invece l’ultima…dovrà per forza leggere il libro.

E in questa legge ci voglio delle parole giuste, scritte pulite che tutti le capiscano bene da cima a fondo. Ci voglio scritto che il figliolo del contadino è eguale al figliolo del padrone

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