“L’ultimo Paleologo” di Emanuele Rizzardi

<< Mio signore Alessio, credo sia giunto il momento. >>
Il giovane Antonio tremava come un ramoscello al vento, i denti gli battevano e le mani sudate faticavano a reggere l’archibugio.
Alessio gli fece un cenno di assenso con il mento e lo ringraziò. << Non temere Antonio, la paura non ti aiuterà certo a tenere salda quell’arma. >>
Chiese di essere lasciato solo ancora per qualche minuto.
Il ragazzo uscì dalla piccola cabina polverosa ben felice di tornare all’aria aperta del ponte dove l’odore di pesce rancido e piscio non era così forte.
Alessio pensò che quell’italico fosse gentile e di buone maniere, sperò ardentemente di non doverlo seppellire.

Emanuele, hai la possibilità di invitare al tuo tavolo uno dei personaggi storici, realmente vissuti, che incontriamo in “l’ultimo Paleologo”: chi è che ti farà compagnia e perché?

Sicuramente il basileus Costantino XI. Purtroppo non ho avuto modo di dargli molto spazio perché il cuore dell’opera si sposta rapidamente da Costantinopoli al Caucaso e sono stato costretto a lasciarmelo alle spalle. La sua figura è senza dubbio ammantata da quell’alone di mistero tipico dell’eroe romantico, di colui che combatte una battaglia già persa in partenza e contro ogni possibilità resiste fino all’ultimo nella sua idea. Eppure, dalle fonti che ci sono pervenute, sappiamo anche che era un uomo dominato dall’angoscia e dallo spettro del fallimento, oltre che dal peso di dover assistere alla probabile fine del suo minuscolo impero.

Con il tuo libro DOVE ci porterai?

Inizialmente nell’agonizzante città di Costantinopoli, durante l’assedio turco. Lo ritengo uno scenario molto particolare perché permette al lettore di ammirare un qualcosa di un tempo grande e prospero, in quel momento ridotto solamente all’ombra del suo passato, consumato dal dramma della guerra. Il grosso della storia è però ambientata nel regno di Georgia e nelle sue città: Kutaisi, Batumi, Tbilisi, Oni. Si tratta di una zona relativamente sconosciuta dalle nostre parti ma non per questo poco affascinante.

I ricchi fiumi, le ampie valli, le selvagge montagne del Caucaso e la costa del Mar Nero fanno da cornice ad un’area politicamente frammentata, dove velleità indipendentiste si scontrano con ambizioni signori locali avidi di potere e rapaci sovrani stranieri pronti ad estendere la loro influenza, mentre una popolazione eterogenea crea scenari molto differenti.
Non mancheranno altri scorci di interesse, come Sinope, città di mare e commercio, o la ricca e industriosa Trebisonda.

Di Nino Ozbetelashvili from Georgia

Il tuo libro è una macchina del tempo, in quale passato ci stai per trasportare?

Il romanzo copre un arco temporale che va dal 1453 al 1463 circa, è il periodo dove quello che viene volgarmente chiamato “impero bizantino” cessa di esistere, lasciando spazio alla stella nascente dell’impero ottomano. Il vecchio sparisce e si trasforma in qualcos’altro e vedremo tutto il dramma di una popolazione che non poò accettare il corso degli eventi.
Per quanto riguarda l’ambientazione georgiana, invece, oltre alla sede del trono di Tbilisi, vedremo il potente duca di Imerezia Giorgio tentare di usurpare il trono che ritiene essere suo di diritto. Ma andremo anche nel nord, dove duri montanari combattono per resistere agli assalti dei popoli delle steppe. A sud, dove l’eterogeneo dominio musulmano di Meschezia combatte per mantenere la sua indipendenza da avidi vicini e fanatici religiosi.

Una canzone che consigli per ascoltare il tuo romanzo

“The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel

Siamo solo uomini, fratello. Facciamo quello che possiamo con il tempo che abbiamo a nostra disposizione, niente di più. Se faremo bene, ci ricorderanno con delle statue di pietra a Kutaisi, altrimenti saremo dimenticati

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