Intervista – Wu Ming Foundation

Nel gennaio 2000 un quinto scrittore si unisce ai quattro autori di Q. Nasce così un nuovo gruppo, Wu Ming (per esteso: Wu Ming Foundation).
Wu – Ming” è un’espressione cinese, significa “senza nome” (無名) oppure “cinque nomi” (伍名), dipende da come si pronuncia la prima sillaba. Il nome della band è inteso sia come omaggio alla dissidenza (“Wu Ming” è una firma molto comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d’espressione) sia come rifiuto della macchina fabbrica-celebrità, sulla cui catena di montaggio l’autore diventa una star. Per quanto riguarda la produzione letteraria, i libri del collettivo sono: Q, Asce di Guerra, 54, Manituana e la loro ultima opera, edita nel 2009, Altai.

Altai, il vostro ultimo romanzo, è uscito alla fine del 2009. E’ stato atteso da tanti, da tutti quelli che amano il collettivo (Luther Blissett prima, Wu Ming da ormai dieci anni). Qual è stata la sua genesi?

Nel giugno 1998, dopo aver consegnato il testo di Q all’Einaudi (sarebbe uscito nel marzo dell’anno successivo), pour parler iniziammo a fantasticare sui personaggi, sul proseguimento delle loro vite e vicende. Capiamoci: non perché volessimo scrivere un sequel, anzi, il nostro interesse si stava già spostando verso altre epoche e altre storie. Ma avevamo passato quasi tre anni in compagnia di quei personaggi, e la nostra curiosità su cosa avrebbero fatto dopo era una curiosità da lettori e… da amici, prima ancora che da autori.
Di Beatriz e Joao Miquez, trattandosi di personaggi realmente esistiti, conoscevamo la traiettoria: a Costantinopoli avevano ripreso i loro nomi giudaici (Gracia e Yossef Nasi). Joao/Yossef era diventato uomo di fiducia di Selim II, nonché Duca di Nasso, mentre Beatriz/Gracia era morta nel 1569. Insieme avevano finanziato il progetto di un insediamento ebraico a Tiberiade. Yossef aveva mire su Cipro, isola di cui voleva diventare sovrano. La fortuna della famiglia Miquez/Nasi era finita dopo la sconfitta della flotta del sultano a Lepanto. Yossef era morto pochi anni dopo, nel 1578. Pensammo: un eventuale sequel dovrebbe svolgersi nel 1569-71. Del protagonista di Q, che nell’epilogo del romanzo assume il nome di Ismael, immaginammo una carriera nel commercio del caffè (cosa già preannunciata nelle pagine finali), ma dove? Come? E si sarebbe trovato bene a Costantinopoli? E la sua relazione con Gracia?
Dopodiché, non ne parlammo mai più. Q venne pubblicato, ebbe successo etc. Il resto, bene o male, si conosce.
All’inizio del 2008 ci venne l’idea di riprendere i fili dell’epilogo di Q, e ci tornarono in mente le fantasticherie di dieci anni prima. Col tempo, era cresciuta l’insoddisfazione per quell’epilogo: lo trovavamo consolatorio, irrisolto. Perchè non tornare sul “luogo del delitto”? Scartammo subito l’ipotesi di un vero e proprio sequel, un “Q 2 – Il ritorno”. Ma ci tentava l’idea di scrivere la storia di un altro personaggio, uno ancora da inventare, e fargli incrociare le rotte dei reduci di Q.
Poi ci fu il terremoto. Nella primavera del 2008 il collettivo perse un membro, Wu Ming 3, che abbandonò per problemi personali. Il quintetto si ritrovò quartetto. Un trauma. Un lutto da elaborare.
Bene, decidemmo di elaborarlo sviluppando e scrivendo la storia di Emanuele/Manuel, la sua fuga da Venezia, la sua contraddittoria ricerca delle radici e di una comunità, il suo interagire con Yossef e Ismail. Scrivere Altai è stato la nostra “terapia di gruppo”, il nostro modo di far emergere i conflitti latenti tra di noi, conflitti che avevano avuto un ruolo nell’uscita di Wu Ming 3. E’ grazie al lavoro folle e appassionato su Altai che il collettivo è sopravvissuto ed è uscito dal trambusto più forte di prima. A questo libro dobbiamo molto, è venuto in nostro soccorso in un momento difficile, e stiamo cercando di ricambiarlo, aiutandolo a nostra volta, sbattendoci, andando in giro a presentarlo.

Uno storico parte dallo studio e dalla interpretazione delle fonti per dare vita ad un saggio. Quali fonti avete utilizzato per la ricostruzione storica del mondo e dei personaggi di Altai?

In prima battuta, saggi e articoli di ricercatori professionisti, dato che nessuno di noi è uno storico di mestiere. Dalle opere più generali su Venezia e Istanbul nel XVI secolo, a studi molto specialistici sull’artiglieria navale, il commercio, la rivolta zaydita e lo Yemen ottomano. Poi alcuni libri di buona divulgazione, come la serie della Vita quotidiana edita dalla BUR, molto utile per alcuni dettagli di storia sociale e materiale.

Quindi altri testi narrativi di autori che prima di noi si sono cimentati con quel periodo e quello scenario. Il mio nome è rosso, del premio Nobel turco Orhan Pamuk, si svolge a Costantinopoli appena vent’anni dopo Altai. Confrontarsi con la “sua” ambientazione è stato un passaggio obbligato. Infine, peschiamo con la Rete ogni genere di mappa, dipinto, riferimento, citazione, stando bene attenti a incrociare sempre i risultati e a controllare le fonti originali. Internet è anche un ottimo serbatoio di documenti d’epoca, spesso sepolti negli archivi e inaccessibili per i non addetti ai lavori: lettere, diari, testimonianze, descrizioni di luoghi. Ma anche riviste sconosciute, come Yemen Update, dove abbiamo trovato una recensione entusiasta del monumentale lavoro di uno storico olandese, C.G.Brouwer, sulla città di Mokha. In pratica, l’unico studio sull’argomento in una lingua a noi comprensibile (l’inglese). Il testo però non si trova su Amazon e in nessun altra libreria on-line. Lo possiedono quattro biblioteche in tutto il mondo, tra le quali la Zentral di Berlino. Contattiamo un amico che lavora lì e gli facciamo prendere in prestito il testo, prima del suo ritorno in Italia per le vacanze di Natale. Uno di noi legge, prende appunti, fa una scheda sulla città ad uso e consumo di tutti gli altri. Scriviamo i capitoli ambientati a Mokha e poi… ci accorgiamo che sono di troppo. Molto ben documentati, anche ben scritti, ma inutili. Così basta un clic e quelle pagine escono dal romanzo (o almeno, dalla sua superficie), per poi diventare una sorta di bonus track, un capitolo fantasma, che abbiamo pubblicato solo sul nostro sito:

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai/?p=437

Questo per dire che la mole delle ricerche è sempre molto superiore a quel che finisce davvero nell’universo del romanzo, che per noi non è un semplice scenario, una ricostruzione storica, quanto piuttosto una creazione di mondo, come quella che sostiene le migliori opere fantastiche, dal Signore degli Anelli a Dune.

La scrittura collettiva: quali sono le differenze rispetto ad uno scrittore “solista”? Esistono delle similitudini tra la vostra produzione e quella di una band musicale?

La scrittura collettiva costringe a un controllo assoluto del materiale. Lo spazio per l’improvvisazione si riduce, anche se non può e non deve mai essere eliminato del tutto. Ci si concentra sul suono e si fa in modo che tutto fili il più possibile fluido – gli assoli sono misurati, funzionali, servono a portare il pezzo-romanzo da qualche parte, non a suscitare l’applauso. Come vedi, per noi è perfettamente naturale assumere una terminologia musicale, perché in effetti nel nostro modo di lavorare – e di autorappresentarci- i parallelismi con una band sono continui.

I lavori solisti sono più sperimentali, esploriamo idiosincrasie e ossessioni personali, cercando di mantenere una relazione, però, con lo stile della band. Per quanto riguarda il modo di lavorare di altri autori, non saprei dire: suppongo che lavorare in collettivo sia meno egotico, più liberante. Sai più o meno in tempo reale se quello che scrivi ha un senso, un valore, se funziona oppure no.  Certo si tratta di un processo lungo, faticoso, specie per un collettivo meticoloso come il nostro.

Alcuni insegnanti hanno iniziato ad introdurre la lettura di un romanzo storico collegato a una particolare epoca, in quel momento oggetto di studio delle loro classi. Ritenete che i romanzi storici possano essere uno strumento integrativo, di stimolo, per lo studio della storia? E se sì, quali dei vostri romanzi amereste facesse parte di un programma scolastico?

L’utilità didattica di un buon romanzo storico è chiara: può farti appassionare a un periodo o a una vicenda del passato attraverso una trama coinvolgente. Siccome ogni romanzo storico nasce comunque nel presente, è anche sempre una chiave di lettura di ciò che ci circonda qui e ora. E’ uno sguardo all’indietro che però rimbalza sullo specchio della storia e ci mostra quello che siamo dall’angolazione del punto d’origine. Questo per dire che la narrativa storica ha il pregio di esaltare una delle finalità più importanti dello studio della storia, cioè la sensazione che sia uno studio di noi stessi. Il passato infatti non èc passato, è tutto qui con noi, insiste su questo stesso istante. Ovviamente leggere narrativa storica non equivale a studiare la storia, tanto meno a indagare le fonti; rimangono due cose distinte: lo studio della storia aspira a conoscere e interpretare, mentre la narrativa vuole soprattutto raccontare, e rendere godibile, appassionante, interessante un racconto. Tuttavia c’è un’ispirazione comune e questo rende complementari le due attività. Prova ne è il fatto che noi non sapremmo cosa fare senza il prezioso lavoro degli storici. In cambio possiamo offrire loro questo: rendere accattivanti i risultati di tale lavoro. In merito alle preferenze è difficile esprimersi. Diciamo che se a scuola ci avessero raccontato la Riforma protestante accompagnandola alla lettura di Q o la Rivoluzione Americana facendoci leggere Manituana, saremmo stati contenti.

Dei romanzi storici che avete amato e vi sentite di consigliare?

Se ne potrebbero citare decine. Così a caldo potremmo dire I promessi sposi, lettura fon-da-men-tale. Poi Il Napoleone nero di Madison Smart Bell, Una stella di nome Henry di Roddy Doyle, American Tabloid di James Ellroy, Artemisia di Anna Banti.

8 COMMENTS

  1. Bellissimo “Q”, un po’ meno “Altaj”. Ho trovato invece l’ideale prosecuzione di “Q” nel romanzo IL VIOLINO DI GALILEO di Roberto Villa, che si trova solamente su Amazon perchè sembra sia stato oggetto di un boicottaggio a causa della dura posizione contro la Chiesa della Controriforma e delle torture.

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