Intervista – Carlo Grande

Carlo Grande, scrittore, giornalista de La Stampa e direttore di Italia Nostra, è l’autore di due romanzi storici, La via dei Lupi e La cavalcata selvaggia.
Sono veramente contento perchè ha avuto il tempo e la voglia di rispondere ad alcune domande.

Ogni opera nasce da una idea, dalla voglia di raccontare una storia, quali sono stati gli elementi che l’hanno portata a scrivere “La via dei lupi” e “la cavalcata selvaggia”?

Perché sono due gran belle storie, prima di tutto, che hanno molta poesia e forza etica e anche il pregio di essere vere. Ho amato Francesco di Bardonecchia, una specie di Braveheart del Trecento, che dopo aver combattuto, dopo aver capeggiato una rivolta ed essere evaso due volte da tenebrose fortezze si rifugia nei boschi, lasciandosi pervadere dalla natura, trovando (anche se il finale è drammatico) la pace. François de Bardonnèche era un uomo vero, che ha seguito i suoi ideali fino in fondo, a qualsiasi costo. Un personaggio attualissimo, controcorrente, non certo alla moda.

Anche nella Cavalcata selvaggia c’è molta natura, e molta dignità e poesia nel protagonista, Gaspare Pribaz.
Ho voluto rendere omaggio ai POW, ai “Prisoner of War”, alle migliaia di soldati italiani deportati ai piedi del l’Himalaya, chiusi per due anni fra i reticolati, a guardare montagne altissime, a dover sopravvivere allo scherno e alla durezza degli inglesi, a fare i conti con la propria coscienza. Fughe incredibili (come quella del mio protagonista, un triestino pilota di bombardiere Savoia Marchetti), divergenze profondissime fra loro, tra fascisti e non, ma anche amicizia, solidarietà, poesia, e poi finalmente i permessi per uscire, dopo l’8 settembre, e la salita su vette di 6-7 mila metri con mezzi incredibilmente poveri… “Mostriamo agli inglesi”, era il loro motto. E una spedizione di un mese, attraverso valichi altissimi (che ho ripercorso, ma con il fuoristrada), per vedere un grande lago fra le montagne. Riuscirono a sentirsi di nuovo eroi, ma senza bisogno di ammazzare nessuno. Quale simbolo migliore di coraggio? Il pilota Gaspare Pribaz è un fratello maggiore, quasi contemporaneo, di François de Bardonnèche. Era fiero di sé, aveva fatto la guerra di Spagna, era convinto di essere nel giusto, nella sua bella divisa da aviatore. Ma fu capace, a prezzo di sofferenze enormi, di guardarsi in faccia, di dire “ho sbagliato”. E di riscattarsi.

Quanto tempo le ci è voluto mediamente per scrivere i due romanzi? Quali sono state le maggiori difficoltà?

Ci ho messo più di cinquant’anni, perché tutta la mia esperienza, ed emozioni da quando sono nato concorrono a scrivere anche una sola frase! Tecnicamente diciamo un anno abbondante ciascuno, ma leggo da anni di Medioevo e Storia contemporanea. Ho inseguito Francesco di Bardonecchia per quasi due anni: ho viaggiato con lui sui valichi tra Moncenisio e Monginevro, sulle carte della Savoia, nelle valli di Susa e del Brianzonese. Ho cercato documenti a Chambéry, a Grenoble, a Parigi, a Susa. Ne è emersa una vicenda commovente, che – romanzata nelle sue lacune – ha commosso migliaia di lettori: la ribellione di François è un simbolo “politico” attualissimo. E’ stato un lavoro lungo e faticoso, ma anche entusiasmante. Amo la storia e il Medioevo. Ho letto decine di libri sul Trecento, ho ricostruito non solo la vita materiale ma anche quella interiore di quegli uomini, che lottavano ogni giorno contro la morte, le malattie, la fame. Ma avevano più certezze spirituali di noi, quando era ora sapevano sorridere, e piangere, e appassionarsi. L’exergo inziale del romanzo è tratto dall'”Autunno del Medioevo” di Huizinga, parla di un’epoca popolata da un'”umanità bambina”, capace dei più turpi peccati e dei pentimenti più assoluti, ingenua e animata da grandi sentimenti.

Scrivere bene è molto difficile: bisogna leggere molto; d’altra parte scrivere più di quanto si legge è un evidente segno di dilettantismo. Occorre lavorare duramente con la parola, con le frasi, con i nutrimenti che si danno alla nostra mente: libri, canzoni, cinema, esperienze personali, una frase, un’inquadratura, un sentimento, tutto può confluisce nella storia che si vuole raccontare. Questo fa la differenza fra scrivente e scrittore. La memorialistica ci presenta un materiale sconfinato, ma solo i pensieri profondi, il dettaglio vivido, originale rendono un’epoca storica e una vicenda di vita, in tutta la sua complessità, simbolicità e bellezza. Può parlare di più un dettaglio che una pagina di riflessioni. Questo vale anche nel cinema, nelle sceneggiature, nelle canzoni d’autore.

Flaubert diceva: “Per uno scrittore la cosa più importante è sapere cosa non si deve scrivere”. E la Yourcenar: ogni storia è come un arcipelago, piccole isole nel mare immenso di quello che si può dire.

Solo pochi grandi scrittori hanno saputo farci rivivere e rendere immortali vicende di per sé banali, o già sentite. Ercole strozza un gatto e il cantore di turno lo vede lottare con un leone e crea un mito. Esagero, ovvio, per rendere l’idea. Il lettore avverte dove c’è poesia, dove risuona la verità e non la retorica, dove c’è un valore simbolico, universale. Ripeto, la differenza fra “scrivente” e “scrittore” è tutta qui.

Quanto tempo ha dedicato al lavoro di “ricostruzione storica” all’interno delle due trame?

Molto. Anche la cavalcata selvaggia ha richiesto un grosso lavoro di ricerca, interviste con sopravvissuti e figli degli stessi, eredi di memorie. Una fase a modo suo giornalistica ma sicuramente anche di assorbimento empatico. Perché, altrimenti, non solo le situazioni descritte non sarebbero così reali, ma soprattutto i personaggi della vicenda non sarebbero così vivi, così… umani.

Bisogna avere un materiale enorme per scegliere ciò che fa profondamente vibrare, che è in grado di trasmettere il cuore pulsante di una storia. Bisogna selezionare, tagliare, usare quello che è più utile dal punto di vista della resa “emotiva” e della trama. Spesso utilizzo solo una cosa su cento che ho letto o ascoltato. Ma quella, proprio quella, deve essere per me il colore giusto in quel punto del quadro. La memorialistica di guerra è sconfinata, ma anche piena di cliché, di cose già sentite, banali. Mi è servito molto anche dialogare con i reduci, anche se pochi osano esprimere i pensieri e le emozioni profonde, quello che gli passa e gli passava nell’animo, contraddizioni comprese. Magari nemmeno lo sanno, o non hanno le parole per dirlo. E c’è naturalmente il pudore, che va rispettato. Per questo ho cambiato tutti i nomi, e mescolato le carte, e fatto appello alla mia empatia. Chi scrive ha il dovere di essere coraggioso, di mettersi in gioco, di essere anche “spudorato” quando occorre.

Ma alla fine molti ex combattenti e molti dei loro figli mi hanno detto che avevo reso perfettamente ciò che avevano provato o che avevano sentito raccontare dai padri, dai nonni. O che NON avevo sentito raccontare, per pudore, per non caricare sulle spalle dei cari un dolore troppo forte. Nel retro di copertina del romanzo ho voluto inserire quello che un ex POW, Eligio Bettini, mi aveva detto: “Ho passato due notti insonni, una a leggere il romanzo, l’altra a ricordare quegli anni… Grazie per il romanzo, mi ha sollevato una tempesta di ricordi, di emozioni. Servirà a ricordare quella vita grama, di miseria e nobiltà, di cui fummo protagonisti”. Ma sono io che ringrazio lui e il suo esempio, la sua grandezza d’animo. Fra quegli uomini ormai anziani ho trovato più voglia di vivere che in molti giovani di oggi. E’ stata un’enorme soddisfazione sapere che hanno letto la Cavalcata anche molti giovani, addirittura ragazzini delle medie. Le nuove generazioni devono sapere cos’è successo. Ma parlare di Resistenza, di Guerre Mondiali nei soliti modi è inutile: se si comincia a farlo con i soliti cliché si rischia di annoiare. Se avviene questo è un disastro, non si trasmette niente, anzi, si ottiene l’effetto opposto, la saturazione.

Non solo documentazione e raccolta di testimonianze: per questo libro ha realmente visitato le zone dell’India e del Tibet descritte.

Sono stato sulle tracce dei POW italiani, i “Prisoner of War”: a Delhi, in India, e in Ladakh, nel Piccolo Tibet. Laggiù ho vissuto emotivamente il paesaggio, fantastico, la spiritualità dei luoghi. “L’altipiano barocco d’Oriente”, direbbe Ivano Fossati, e ho cercato di trasmetterla sulle pagine. Only emotions endures”, diceva E. Pound, solo l’emozione sopravvive, persiste. Senza quella i libri valgono poco.

Sta scrivendo qualcosa di nuovo in questo momento, se si, può anticiparci l’argomento/ambientazione?

A parte la sceneggiatura de “La via dei lupi” e il soggetto cinematografico della “Cavalcata selvaggia” sto scrivendo un romanzo molto “notturno”, ambientato in una grande città, che fa appello alle nostre paure più profonde. Un romanzo nel quale cerco di immergermi anche nel Mistero e nell’Arcaico che sopravvivono sotto la crosta di una società scientista ed efficientista. Porrò molta attenzione sull’importanza magica dello sguardo. Vorrei parlare dell’emersione dell’Arcaico nel contemporaneo, delle nostre paure profonde. Sarà un bel salto mortale. Dev’essere credibile, e risuonare profondamente nella mia coscienza e in quella di chi legge.

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