“Il nome della rosa” di Umberto Eco

Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi, avevamo ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in viaggio verso le montagne, allo spuntar del sole. Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia.

Inizi del ‘300, Guglielmo da Baskerville, francescano, e Adso da Melk, benedettino, giungono all’abbazia per partecipare al dibattito che vede contrapporsi conventuali e pauperisti. Gugliemo, dietro richiesta dell’abate, inizierà a indagare sulla presenza del maligno all’interno del monastero e che sta turbando la vita dei frati. La richiesta dell’abate gli permetterà di girare, liberamente, la struttura, soprattutto la famigerata Biblioteca conosciuta in tutto il mondo cristiano. L’enigma del libro e le vicende dei personaggi permettono al lettore di entrare in contatto con la Storia del XIV secolo, i conflitti all’interno dell’ordine dei francescani, tra conventuali e spirituali, l’Inquisizione, con Bernardo de Guy. Ci fa conoscere i dolciniani (o Apostolici), la miseria delle classi inferiori che vivono come servi dell’abbazia, e centinaia di altre citazioni che spaziano dalla storia alla filosofia medievale. 


Per approfondire

  • a cura di Renato Giovannoli. Saggi su Il nome della rosa
  • Umberto Eco. Arte e bellezza nell’estetica medievale

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