“Il cuoco dell’Inferno” di Andrea Biscaro

Cristoforo da Messimburgo camminava a grandi falcate nella cucina verniciata di fresco, le mani dietro la schiena, il mento alto e fiero, lo sguardo ad accarezzare pentole, cucchiai, bracieri, griglie, piani di marmo, piatti, vassoi, posate. Ogni oggetto era nuovo e luccicante, ogni angolo di quella immensa splendida cucina sembrava sussurargli parole dolci, parole d’amore.

Pensate a Cracco, Bastianich e Cannavacciuolo e trasportateli indietro di 500 anni. Immaginateli in una cucina di legno e marmo, dove odori, sapori, ingredienti e combinazioni di cibi sono molto distanti da quello che solitamente mangiate. Pensate a un cuoco, Cristoforo da Messimburgo, che è una star alla pari dei suoi eredi contemporanei, i cui committenti non sono network e canali televisivi, ma Ercole e Sigismondo d’Este. Pensate a questo cuoco non come a un grande manipolatore di materie prime, ma a un artista, non dissimile da Ludovico Ariosto. Poi pensate a una città straordinaria, Ferrara, dove cibo, cultura e arte sono gli strumenti per la fama. Una fama che attira invidie e appetiti, così come le portate di Messimburgo.

Un romanzo interessante, che a mio avviso fa bene a strizzare l’occhio all’oggi e ai nostri tempi, e che, pur con qualche errore, riesce a ricreare una trama verosimile e originale rispetto alle trame spesso ripetitive di questi anni.

Nessuno avrebbe dimenticato il banchetto di quello speciale giorno di dicembre del 1502


Per approfondire

Matteo Provasi. Il popolo ama il duca? Rivolta e consenso nella Ferrara estense


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