“La figlia del boia” di Oliver Potzsch


Schongau, 12 ottobre 1624. Il 12 ottobre era un buon giorno per uccidere. Aveva piovuto per tutta la settimana, ma quel venerdì, dopo la festa parrocchiale, il buon Dio ci aveva ripensato. Nonostante fosse autunno, il sole splendeva tiepido in basso sul Pfaffenwinkel e dalla città in alto provenivano schiamazzi e risate. Si udivano rulli di tamburo, tintinnio di campanelle, note di violino. L’aroma di frittelle e carne arrosto si insinuava fino al maleodorante Gerberviertel, il rione dei conciatori. Sarebbe stata una bella esecuzione.

Germania, metà del ‘600. Solo di recente è terminata la guerra dei trent’anni ma le conseguenze del conflitto hanno sconvolto le sue terre. Il passaggio degli eserciti al soldo di principi protestanti e cattolici ha portato la fame, ha diffuso epidemie mortali. Tanti uomini, donne e bambini hanno perso la vita e le tracce della guerra non sono cancellate dai corpi dei sopravvissuti. A Schongau, piccola cittadina della Baviera, vive Jakob Kuisl, il boia. Al boia non si parla, non si saluta, non si guarda. Porta sfortuna. Il boia deve ungere e mantenere funzionanti strumenti di tortura e morte, ha il compito di estorcere confessioni, deve occuparsi della morte: non ha il potere di decidere della colpevolezza o meno dell’indiziato. Jakob, però, è saggio e la sua umanità e il suo acume saranno utilizzati per impedire l’uccisione d’innocenti e dipanare il mistero che colpisce la cittadina e i suoi abitanti. Un racconto intelligente e avvincente, con personaggi originali e una ricostruzione storica attenta e sempre al servizio della narrazione.

Per approfondire:

  • Geoffrey Parker. La Guerra dei trent’anni.

 

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